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Torino incontra lo scrittore Fatos Kongoli

Sabato 16 maggio 2015 alle ore 18.00, alla Biblioteca Civica Centrale di Torino, Via della Cittadella, 5, lo scrittore albanese Fatos Kongoli presenta, per la prima volta in Italia, il suo nuovo romanzo “La vita in una scatola di fiammiferi” (Rubbettino, 2015). Con l’autore interviengono per un saluto l’Ambasciatore della Repubblica d’Albania in Italia prof. Neritan Ceka e. Conduce l’incontro Benko Gjata, giornalista, corrispondente accreditato della stampa estera in Italia. Nel corso della serata, la lettura di brani scelti dal libro a cura dell'attrice Marta Laneri (LabPerm) sarà intervallata da un’accompagnamento musicale eseguito dal vivo dalle artiste Lindita Kopliku (pianoforte) e Diana Subashi (violino). Al termine dell’evento ai partecipanti sarà offerto un rinfresco con specialità della tradizione gastronomica albanese

Organizzato dal Centro di Cultura Albanese, in collaborazione con le Biblioteche Civiche di Torino e Rubbettino Editore, l’evento è stato realizzato con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Albania.

L’incontro viene proposto  nell’ambito delle iniziative della rassegna Salone Off, in occasione della partecipazione dell’Albania con uno stand dedicato al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.


Fatos Kongoli

Fatos Kongoli è tra i maggiori esponenti della letteratura contemporanea albanese. Ha lavorato a lungo come giornalista e redattore capo presso la casa editrice “Naim Frasheri” di Tirana. Dal 1998 si dedica esclusivamente alla scrittura. È lo scrittore di maggior successo dell’epoca della transizione in Albania (dal 1990 ad oggi), oltre ad essere comunque uno dei più importanti scrittori albanesi stimati a livello internazionale.

Per tre volte vincitore del Premio Nazionale come miglior prosatore dal Ministero della Cultura dell’Albania (1995, 2000, 2002) e del Premio Nazionale “Velia” (2000). Nel 2002 ha vinto il Premio Internazionale “Balkanica” a Sofia con il romanzo Endrra e Damokleut. Inoltre ha vinto il premio letterario più prestigioso per il suo Paese: “Penda e Arte” (2004). L’associazione degli editori albanesi lo ha nominato “Scrittore dell’anno” nel 2006 e il romanzo “Lekura e qenit”, tradotto in tedesco, è stato riconosciuto in Germania come “libro del mese” nel giugno 2006. Di recente è stato nominato membro dell’Accademia delle Scienze dell’Albania.

Di lui e delle sue opere hanno scritto le testate europee più importanti come Le Monde, Le Figaro, La Stampa, Le Temps, Le Soir, Der Tagespiegel, The Indipendent, The Guardian, ecc.

È stato paragonato a Kafka, Dostojevski, Solzhenicinin e i suoi romanzi hanno avuto molto successo e sono tradotti in dieci lingue.

La vita in una scatola di fiammiferi è il suo romanzo di maggior successo sia in Albania che all’estero.

La vita in una scatola di fiammiferi

L’intensità della storia albanese, a partire dal regime di Hoxha, passando per il periodo post-comunista, fino ad arrivare all’anarchia del 1997 e al successivo periodo di occidentalizzazione, non è il semplice sfondo del romanzo ma la chiave di lettura che accorda il protagonista con ciò che gli si riversa addosso tra aspirazioni e dura realtà.

La storia di Bledi Terziu, raccontata da egli stesso come una confessione a cuore aperto e a briglia sciolta, senza filtri e orpelli narrativi, investe il lettore trascinandolo nel flusso di coscienza destabilizzante del protagonista, non tanto per un gioco all’immedesimazione, ma perché rende vivida e realistica l’esperienza narrativa.

La società classista e razzista, gli attivisti di quartiere, l’icona sacra in ogni casa, l’università limitata, la corruzione dilagante, sono la quotidianità a cui o ci si adatta o si soccombe; quando a partire dal 1990, per Bledi confine tra preistoria ed età moderna, la situazione economica e politica migliora il panico esistenziale assume nuove forme, quelle della notorietà, dei vip e dei lustrini.

Consapevolezza e incoscienza si alternano in un limbo di suggestioni che rendono pulp, grottesco e allo stesso tempo intenso un racconto che il protagonista non controlla ma attraversa in maniera lenta e confusa, “come una lumaca alla ricerca del guscio perduto”, come chi si è perso e cerca a fatica di recuperare il bandolo della matassa.

Kongoli è brutale, gioca con le immagini dissacranti, con gli odori rivoltanti e i corpi nudi, con la sensualità più terrena e con l’ingenuità dell’infanzia, mischiando tutto in maniera ironica e irriverente.

Tutto è governato da un fatalismo esasperato in cui le intenzioni spesso rimangono tali e non si completano nelle azioni corrispondenti, in una sorta di parallelismo con un caos beffardo a cui Bledi non riesce, non può o non vuole opporsi.

Sembra proprio il fato a mettere sulla strada di Bledi, cronista di nera in “lutto alcolico” per una delusione amorosa, una zingara diciottenne, Isabela, con cui vorrebbe avere un rapporto sessuale, ma che uccide “involontariamente” mentre si trova nella sua vasca da bagno.

È il punto di rottura, l’evento tragico che porta a galla le inquietudini del protagonista risvegliandolo dallo stato catatonico in cui si crogiolava tra un Jack Daniel’s e l’altro.

Risorgono come zombie dalla terra della sua “preistoria” i ricordi dell’infanzia in quella casa piccola come una scatola di fiammiferi, della gioventù passata a combattere contro il “coro di vermi” che lo assilla e diventa metafora delle ossessioni umane, dei vicini di casa “involontari” comprimari in una vita di cui lui stesso non si sente protagonista.

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