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Serbia-Albania: Racconto di un'occasione mancata

Gli estremismi politici, etnici e religiosi, che tanta distruzione e dolore hanno provocato nei Balcani occidentali negli ultimi decenni, purtroppo hanno colpito ancora. E' martedì sera, 14 ottobre 2014. Il teatro di turno è il Partizan Stadium di Belgrado. Va in scena la partita di calcio tra le nazionali di Serbia e Albania, valida per la qualificazione agli Europei 2016. Un’ottima occasione per stemperare antiche e moderne animosità, all'insegna della grande passione per il calcio, che accomuna serbi e albanesi. Occasione, purtroppo, andata perduta.

L’evento calcistico, sotto gli sguardi attoniti dei media internazionali e di milioni di telespettatori in tutto il mondo precipita in una folle violenza, che costringe l’Uefa a sospendere la partita. I danni sono gravi e non solo per l’immagine dei protagonisti coinvolti. La polemica, che ha quasi subito travalicato il campo di calcio, impatta molto negativamente anche le già fragili relazioni tra albanesi e serbi e le prospettive europeiste dei loro paesi.

Che cosa è successo

Il sorteggio per le qualificazioni al prossimo campionato europeo di calcio ha messo di fronte, per la prima volta nella loro storia, le nazionali di Albania e Serbia. Entrambe sorteggiate nel Girone I, assieme ad Armenia, Danimarca e Portogallo e considerate in ascesa, nel palcoscenico calcistico europeo. La Serbia è data addirittura per favorita, mentre la nazionale albanese, guidata dal tecnico italiano Gianni De Biasi, battendo a Lisbona il Portogallo di Ronaldo & Co. e pareggiando in casa con la Danimarca, si sta rivelando la sorpresa del girone. Tutti ottimi presupposti per garantire una bella serata di sport e celebrare la crescita calcistica, e non solo, dei due paesi balcanici.

Minaccie di violenze   

Tifosi serbi bruciano la bandiera albaneseSull’evento incombe, però, da subito, la grave e seria minaccia di violenze. In primis quella delle componenti estreme della tifoseria serba; frange incontrollabili e fortemente politicizzate, che hanno in più di un’occasione creato tensione, caos e distruzione, in patria e all’estero.

Condannati più volte dall’Uefa, per comportamenti antisportivi e violenti, questi pseudo-tifosi hanno causato, tra l’altro, la morte di un tifoso francese, brutalmente pestato nel 2009 proprio a Belgrado e la sospensione, per analoghi motivi, legati alla violenza estrema, della partita di calcio tra Italia e Serbia, disputata a Genova nell’ottobre del 2010.  

La tifoseria albanese non è ammessa alla partita

Temendo la reazione ksenofoba e violenta dei propri ultras, le autorità serbe decidono di vietare alla tifoseria albanese di prendere parte alla partita. Alla federazione albanese non vengono riservati i biglietti di cui solitamente dispone la squadra ospite. Nel rammarico generale, la nazionale rossonera vola quindi verso Belgrado accompagnata solo da uno sparuto gruppo di supporter, composto quasi esclusivamente da giornalisti, funzionari della federazione stessa e parenti dei giocatori. Quelli arrivati nella capitale serba descrivono il clima pre-partita come surreale; numerose forze di polizia circondano e sorvegliano costantemente gli accompagnatori e la squadra albanese; a nessuno viene permesso di muoversi autonomamente.

Il clima di tensione allo stadio

L'assenza di posti riservati non è l'unico ostacolo per la tifoseria ospite; le autorità serbe non vogliono albanesi allo stadio e intimano l’arresto a qualunque tifoso tenti di recarsi a Belgrado per la partita. I loro sforzi vengono premiati, perchè in effetti, al Partizan Stadium gli unici colori presenti sono il bianco, rosso e blu delle bandiere serbe.

Lo spettacolo offerto dagli spalti non è tra i più edificanti. I pochi reporter albanesi ammessi raccontano la presenza di numerosi gruppi di ‘tifosi’ serbi, con un’agenda tutta loro. L’inno albanese a inizio partita viene immediatamente soffocato dai fischi. La 'colonna sonora' della partita diventa da subito quella dei canti politicizzati, impregnati di violenza e odio etnico; su tutti, nell'indifferenza dell'Uefa e delle massime autorità serbe presenti, spicca il coro, urlato a squarciagola, di "uccidere e squartare gli albanesi"!!! 

La partita in campo

Per fortuna, la triste immagine delle tribune è mitigata da quello che si vede in campo. La partita è gradevole, a tratti persino bella, con occasioni da entrambe le parti. Dopo un buon avvio della nazionale serba sono gli albanesi ad imporsi, a partire dal ’20 minuto, con due nette occasioni da gol. Il match è vivace, ma nell’insieme molto corretto.

La tensione però resta alta. Dagli spalti vola in campo di tutto, accendini, pietre, borracce, bengala, fumogeni. E’ chiaro che una parte della tifoseria, se non tutto lo stadio, dove gli unici tifosi sono quelli serbi, vuole condizionare la partita.

L’arbitro inglese Martin Atkinson è costretto ad interrompere più volte il gioco. Anche il capitano della Serbia, Ivanovic si deve rivolgere ai suoi tifosi, richiamandoli all’ordine. Ed è proprio durante una di queste interruzioni, per lancio di oggetti in campo, al ’41 minuto, che accade l’episodio che determinerà la fine del match.

Il drone e la tela

Dalle tribune arriva sopra il campo da gioco un drone volante, telecomandato a distanza. Attaccato con due corde al piccolo velivolo, sul cielo sopra lo stadio sventola quello che sembra uno strano telo, raffigurante i colori ed il simbolo della bandiera albanese. Al centro si distingue nettamente la nera aquila bicefala, su sfondo rosso, ma i contorni sono neri anch’essi e non facilmente distinguibili.

Più tardi si capirà che si tratta di una mappa che illustra le rivendicazioni territoriali del primo governo albanese della storia, quello del 1912; anche le figure ai lati della mappa, - Ismail Qemali e Isa Boletini, artefici e difensori dell’indipendenza albanese dall'impero ottomano, - sono dello stesso periodo. Le loro rivendicazioni però appartengono al passato e non sono assolutamente condivise dalla politica e dalla società albanese contemporanea. Sotto le immagini si legge anche la scritta ‘authocthonous’, 'autoctoni', che ricorda le radici antiche della presenza albanese nei Balcani.

Sceso sullo stadio a gioco interrotto, il telo volante stupisce e disorienta ancora di più del tifo selvaggio. Con gesto acrobatico, evidentemente spazientito e messo sotto pressione dai suoi stessi tifosi, il giocatore serbo Stefan Mitrovic si lancia per afferrare la banderuola e scaraventarla a terra. Nel frattempo, i tifosi hanno identificato l’immagine raffigurata sul telo con un simbolo albanese e alcuni di loro si accingono ad invadere il campo.

La reazione dei giocatori albanesi 

Il vilipendio alla bandiera dell’Albania, considerando i numerosi precedenti, tra cui i fatti di Genova nel 2010, era il gesto più temuto, prima della partita, dall'ambiente calcistico albanese. Temendo il peggio, diversi giocatori albanesi si avventano su quella che sembra da lontano la bandiera del loro paese (ma non sugli avversari, come riportano alcuni media) e riescono a impadronirsene.

Di mano in mano il telo arriva sano e salvo al delegato Uefa che lo prende in custodia. Nel cammino però, succede di tutto. Gli hooligans serbi, che hanno invaso subito il campo e con estrema facilità, aiutati anche dagli steward dello stadio attaccano i giocatori e lo staff della panchina albanese.

Alcuni giocatori serbi tentano di difendere gli albanesi, ma le conseguenze saranno comunque molto gravi: cinque membri della squadra albanese subiranno ferite lievi e tutti saranno costretti ad abbandonare di corsa il campo, bombardati da una pioggia di oggetti lanciati dalle tribune. Un esponente della delegazione albanese dichiarerà in seguito che l’aggressione è proseguita anche nel tunnel di accesso agli spogliatoi, dove il pestaggio è continuato, per mano anche di esponenti delle forze dell’ordine serbe.

Sospensione e fine della partita

L’arbitro inglese Atkinson sospende la partita e manda tutti negli spogliatoi. Sul campo scorrazzano ancora alcuni ultras serbi, tra cui spicca anche Ivan Bogdanov, detto “la bestia”; lo stesso personaggio arrestato e condannato in Italia per i fatti di Genova nel 2010, di cui si dice sia appartenuto ai tristemente noti reparti paramilitari, le cosidette 'tigri di Arkan'.   

In questo clima di terrore, feriti e sotto shock, i giocatori albanesi decidono di non riprendere la partita, che sarà ufficialmente sospesa dall’Uefa. La preoccupazione è massima. Il ministro albanese degli interni Tahiri contatta da Tirana l’omologo serbo per sincerarsi dell’incolumità fisica della squadra e dei cittadini albanesi presenti a Belgrado. Contrariamente a quanto pianificato in precedenza, gli albanesi non si fermano a pernottare nella capitale serba, ma sono costretti a lasciare di corsa, e di nascosto, Belgrado, per tornare nella notte immediatamente in patria.

Chi ha provocato l’incidente e perché?

Nessuno sa chi abbia inscenato l’incidente che ha portato alla sospensione della partita e non si conoscono nemmeno i motivi del gesto. I media e le autorità serbe hanno tentato di addossare la responsabilità agli ospiti albanesi; in un primo momento è stato accusato addirittura il fratello del primo ministro albanese, Olsi Rama, presente in tribuna; accusa assurda che si rivelerà presto del tutto infondata. 

E’ comunque altamente improbabile che il drone sia potuto entrare allo stadio al seguito di tifosi albanesi; pochissimi in numero e tutti, giocatori compresi, minuziosamente controllati dalle forze di polizia prima e dopo la partita. Più probabile invece lo scenario che vuole l'incidente provocato da forze occulte, intente ad ostacolare i processi di normalizzazione dei rapporti tra serbi e albanesi, ad alimentare l'odio ed il risentimento etnico, e a provocare il fallimento di ogni tentativo di dialogo. 

Le implicazioni dell'incidente

In attesa di scoprire la verità, quello che è certo è l’impatto negativo della triste vicenda sulla visita a Belgrado del primo ministro albanese Edi Rama, in programma per il 22 ottobre 2014. Una visita fortemente voluta e confermata dallo stesso Rama, nonostante l'accaduto e le conseguenti irrispettose dichiarazioni delle massima autorità serbe. 

La visita è la prima di un premier albanese da 68 anni a questa parte, dopo quella di Enver Hoxha nel lontano 1946. Una visita storica, che ha lo scopo di incrementare i rapporti di collaborazione tra Albania e Serbia e di favorire la normalizzazione delle relazioni tra albanesi e serbi. Processo che passa anche attraverso i difficili ma cruciali nodi del riconoscimento del Kosovo e delle questione legata alla grande minoranza albanese nella regione di Presheva, in Serbia.

Obbiettivi non facili da raggiungere, anche prima della partita allo Partizan Stadium, e resi ora, sicuramente, ancora più complicati. 

Benko Gjata

Presidente del Centro di Cultura Albanese

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