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Famiglie, educazione, intercultura

Venerdì 2 dicembre 2011, presso la Fabbrica delle “e”, sede del Gruppo Abele,  a Torino, si è svolto il seminario “Famiglie, Educazione, Intercultura – L'Albania” rivolto ad operatori del pubblico e del privato sociale che lavorano con cittadini migranti con l’obiettivo di offrire una riflessione sui modelli educativi di uno dei paesi d’origine delle comunità migranti più numerose residenti a Torino. Modelli educativi presenti sia all’interno della famiglie che nelle istituzioni scolastiche, e sui processi di interazione di uomini, donne, ragazzi e ragazze con i modelli educativi del Paese di arrivo. Ospiti dell’iniziativa erano Benko Gjata, giornalista e rappresenante del Centro di Cultura Albanese e Anamaria Skanjeti, psicologa. 

 

La comunità albanese è la quarta per presenze nella città di Torino con 5.571 persone residenti. La presenza femminile è di poco inferiore a quella maschile, sia per la stabilizzazione dei processi migratori dall’Albania con i ricongiungimenti familiari, che per l'ampia possibilità di lavoro offerta alle donne albanesi in Italia in professioni di cura, di cui le donne italiane non si occupano. Gli albanesi costituiscono una presenza silenziosa e laboriosa nella città e rappresentano, come nel resto d’Italia, un esempio di buona integrazione. Anche l’associazionismo, all’inizio poco sviluppato e molto ritroso a mostrarsi, oggi è sempre più presente sul territorio torinese con iniziative di dialogo e di promozione della cultura albanese.

In questi anni l’immagine degli albanesi, fortemente stigmatizzata in senso negativo negli anni ‘90, si è andata via via ridimensionando e si è avviato un proficuo processo di integrazione, favorito prevalentemente dalle buone qualità apprezzate sul lavoro, sia come dipendenti, che come imprenditori, soprattutto nel settore edilizio. In questo senso il caso dell’immigrazione albanese in Italia può essere indicato come parabola dell’integrazione. Un gruppo sociale, come quello degli immigrati albanesi, percepito dall’opinione pubblica italiana come il più distante, il meno accettato ed il più stigmatizzato e isolato, sembra aver reagito proponendo un’integrazione giocata sull’invisibilità della propria appartenenza. La strategia, pensata o spontanea, per contrastare il pregiudizio e la criminalizzazione mediatica, è stata quella di ridurre o evitare le forme di socializzazione visibili, organizzandosi molto poco in associazioni formali rispetto a quanto avviene in altre comunità nazionali, potenziando, invece, le forme di autorganizzazione, con reti sociali su base familiare e intracomunitaria.

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